
Per arrivare all’RDS, cioè il centro fieristico di Dublino che si trova a Ballsbridge, nel sud, prendo la DART intorno alle 7. I concerti in Irlanda cominciano solitamente presto. Visto che non so di preciso come arrivare, decido di seguire l’orda di gente sul trenino e mi avvio verso Merrion Road. Arrivato ad un incrocio, tiro dritto. A un certo punto comincio a notare che tutte le persone intorno a me sono ragazze irlandesi, età fra i 15 e i 25 anni: badate, non è una situazione così fortunata, se considerate che le irlandesi, o molte di loro, amano vestirsi da confetto, cioè vestitini corti e scintillanti, super alla moda (trash), e spesso sono un pò in carne, per non dire cicciotte. Molte di queste stilose indossano anche delle orecchie di peluche con luci rosa o un cappellino da cowboy con peluche rosa pure questo. Comincio a pensare che sia strano che queste vadano a vedere gli Interpol…va bene che paese che vai abitudini musicali che trovi, ma davvero stento a crederlo. Sempre più incredulo mi avvio verso l’ingresso, e giusto per scrupolo chiedo al controllore: “Ma qui suonano gli Interpol?”, “No, qui suona Rihanna, gli Interpol suonano nel padiglione centrale”. Sollevato, mi dirigo verso il mio concerto.
Gli Interpol arrivano sul palco intorno alle 9.30, con una grande immagine tratta dalla copertina dell’ultimo “Our love to admire” che troneggia alle loro spalle. Attaccano con “Pioneer to the Falls”, e i primo 30 minuti passano con molti dei brani più famosi, fra cui “Evil” e “Slow hands”. Ma c’è qualcosa che manca sul palco: il gruppo suona e scalda il pubblico, ma sembra venire meno la perfezione geometrica che rende “Antics” e “Turn on the bright lights” due album imperdibili. In particolare, sembra che ogni tanto ritmica e chitarre non vadano esattamente alla stessa velocità. Le cose migliorano decisamente quando il gruppo attacca “No I in threesome”, forse il brano migliore dell’ultimo album. E poi “PDA”, “Stella was a driver” e molti altri pezzi famosi. Il pubblico risponde bene, ma a me resta qualche perplessità. Confermata, o meglio aggravata, dal fatto che gli Interpol, dopo appena un’ora di concerto salutano ed escono. Tornano poi sul palco per suonare altri tre brani (fra cui la buona “NYC”). Un concerto con alti e bassi, ma in definitiva troppo corto. Poco per un gruppo di questo calibro, e soprattutto per il prezzo del biglietto.
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