Category Archives: Chi sono, dove sono

Partire, tornare, andare

Partire, lasciare un’altra città a cui ho voluto bene ma che non sempre ho amato. A metà giugno ho lasciato Dublino, dopo 3 anni, viaggi verso la costa ovest d’Irlanda e macchine cariche di gente ad esplorare i posti, paesaggi più verdi di quelli che mi avevano raccontato, pub più belli e più sporchi di quanto avrei pensato. Della buona musica per strada, ottimi concerti in città, tre case cambiate, buone cene, aerei che vanno via dall’isola, pioggia insistente, vacanze al sole sognate e poi fatte davvero, vento, partite a pallone il venerdi di pomeriggio presto, i buoni amici e le loro ragioni.

Tornare, ad Acireale, in Sicilia, per un mese e mezzo come non facevo dai tempi dell’università. Stare a casa, sentire il tempo che passa un poco più lento, assorbire il sole e sentire che la pelle sta meglio, uscire la sera con una maglietta e avere ancora caldo, mangiare granite al mattino e organizzare mangiate di pesce con vino e chitarre per la sera, partecipare al festival, partire per due giorni in riva al mare e la campagna in fondo alla strada. Bagni ogni giorno, con i muscoli che dicono grazie per lo sforzo, buon vino da bere la sera.

Andare, verso Bruxelles. Una casa nuova da arredare, Ikea da maledire, la padrona di casa da comprendere, le abitudini da condividere, un lavoro nuovo che all’inizio si fatica a capire, colleghi e facce nuove, lingue nuove, delle buone pizzerie, un terrazzo stupendo, tempo variabile ma con ottime giornate assolate, viaggi in Germania sempre per lavoro, sere con persone nuove e accoglienti.

Ne sono successe e cambiate, di cose, dall’ultimo post su questo blog.

Magma e Mizzica

L’estate porta bel tempo e buone nuove: abbiamo pubblicato la lista dei corti selezionati per l’edizione 2010 di Magma mostra di cinema breve.

Il festival si svolgerà dal 22 al 25 luglio ad Acireale, nel Chiostro di San Domenico.

Pochi giorni fa abbiamo anche lanciato la versione italiana di Mizzica.com, un negozio di dolci tipici siciliani. Vi consiglio anche di seguirci sul nostro blog sulla sicilia e di visitare la nostra pagina Facebook.

Slán leat

Le mie valigie non ne possono più di aspettare, e allora ho deciso di onorare il mio contratto nei loro confronti.

Si parte, slán leat Irlanda, slán leat Dublino.

Dopo 3 anni, vado via da questo paese e avrò tempo e modo di rimettere insieme pezzi di storie e ricordi, sommare e sottrarre, dividere per capire, rivedere le cose con una luce diversa.

Le mie prossime tappe sono già delineate, con la capitale d’Europa alle porte e una fermata di quelle buone ai box di casa mia.

Dublin soccer at sportsco

Nel frattempo, il buon Principe ha pubblicato un nuovo album e io lo ascolto mentre penso che sono contento.

Vinales – Trinidad

L’autopista, cioè l’autostrada, comincia quasi all’improvviso, senza casello o segnaletica. Stiamo andando a nord, a Vinales, dove si trova una enorme valle coltivata a tabacco e circondata da montagne che fanno parte di un grosso parco naturale.

Si capiscono delle cose, a viaggiare sull’autopista. La prima, che le macchine a Cuba sono davvero poche. Siamo praticamente soli per lunghi tratti di strada, se si escludono le mucche, i cavalli e i rispettivi padroni che attraversano da una carreggiata all’altra senza farsi problemi. Le poche macchine moderne in giro sono quelle noleggiate dai turisti. La segnaletica è inesistente, ma in compenso abbondano i poster di propaganda che inneggiano alla rivoluzione, al Che, a Fidel. L’autopista, come ci spiega la Lonely Planet, faceva parte di un progetto faraonico che avrebbe dovuto unire la città di Pinar del Rio, a nord, a Santiago, sud, passando per L’Havana. Il progetto era faraonico, come si intuisce dai tratti a quattro corsie, ed era finanziato dall’URSS. L’autopista si interrompe nel mezzo del paese: era il 1991 quando, all’improvviso, i soldi finirono, insieme all’Unione Sovietica.

Autopista, Cuba
Autopista, Cuba

Vinales è piccola, ma la nostra casa particular è molto accogliente. La vecchina che ci vive con i figli prepara una cena indimenticabile, con pollo, patate e probabilmente i migliori fagioli neri di tutto il viaggio (a Cuba si mangiano sempre riso e fagioli neri, con quasi tutti i piatti).

L’indomani andiamo a esplorare il parco nazionale, a cavallo. Con noi c’è una guida che ci spiega che i cavalli non hanno praticamente bisogno di istruzioni: ogni cavallo è, infatti, “semi-automatico” secondo lui. In pratica, conoscono così bene il percorso che anche dei turisti europei che il cavallo lo vedono solitamente in foto non hanno da preoccuparsi. Ed è davvero così, fatta eccezione per Jean-Yves, che monta su Caramelo, cavallo che si diverte a fare le bizze e piantare qualche morso sul collo dei suoi colleghi. La gita è bella, e alla fine passiamo a trovare un campesino che produce sigari. Come tutti gli agricoltori a Cuba, vende tutto ciò che produce direttamente allo Stato, ma ha diritto a conservare una piccola parte di tabacco; ci fa vedere come si prepara un sigaro, come lo si  chiude con un pò di miele, e ci offre un caffè. Ce ne andiamo con svariati pacchi di sigari fatti a mano e qualche bottiglietta ripiena di caffè.

Horse, Vinale
Horse, Vinales

Lasciamo Trinidad il giorno dopo, per tornare a L’Havana, dove troveremo finalmente i nostri bagagli. Facciamo un giro in città la sera e andiamo a dormire. Il giorno dopo, infatti, si parte con destinazione Trinidad.

Dublino – Havana

La giornata comincia male, quando capiamo che Air France ha cancellato, causa maltempo, il nostro volo da Dublino a Parigi, dove dovremmo imbarcarci per l’Havana. Io e Alex (Paolo e Jean-Yves sono già a Cuba) abbiamo zaini carichi di roba sulle spalle e poche ore di sonno visto che il volo è presto la mattina.
Dopo alcune ore di attesa, la fortuna comincia ad aiutarci: la tipa che lavora al banco informazioni di Air France a Dublino è italiana, ci prende in simpatia e ci dice di aspettare: potremmo riuscire a imbarcarci sul volo successivo per Parigi, sempre che parta. Ma il volo è in overbooking. Continuiamo ad aspettare in mezzo a una folla di gente nella nostra condizione, fino a quando la tipa, stressata, ci fa cenno di andare al gate: è riuscita a infilarci in business class. Non ci crediamo, almeno fino al momento in cui non saremo sull’aereo con le cinture allacciate.
Lasciamo gli zaini al check-in e corriamo per prendere il volo. Atterrati a Parigi, il nostro aereo resta fermo un’ora sulla pista senza parcheggio, mentre ci dicono che il volo per L’Havana è stato spostato alle 16.35; sono le 16.25 quando scendiamo dall’aereo.
Ora, non so se avete presente Charles de Gaulle. E’ infinito. Prendiamo un autobus per il terminal giusto, e arriviamo intorno alle 16.40, facciamo il check-in e via verso Cuba.

Malecon, Havana

Malecon, Havana

Naturalmente ci hanno perso il bagaglio. Dopo quasi 24 ore di vole e almeno 3 di attesa per le valigie, decidiamo di andare alla nostra casa particular e richiamare l’indomani l’aeroporto.

La casa di Carlo e Yeni si trova nel Vedado, un vecchio quartiere residenziale dove la bellezza è ancora ben presente tra le facciate decadenti degli edifici, in mezzo alle strade mezze scassate ma piene di bolidi anni ’50 di importazione americana. Yeni ci accoglie con calore, ci chiede del viaggio, e ci rilassiamo mentre raccontiamo del viaggio.

Il giorno dopo, a L’Havana c’è il sole. Ed è così forte che ci si scotta subito, soprattutto dopo mesi di inverno irlandese. La città ti accoglie bene, tutto ti incuriosisce, e per ogni Chevrolet o Buick che vedi la sorpresa è sempre uguale, e grande.

Yellow car Havana Cuba

Yellow car in Old Havana

La giornata scorre tra camminate, strade piene di gente, sole. Finiamo a mangiare da Dona Julia, nella città vecchia. Ci sono 4 tavolini, diverse statuette di Buddha,  poi un altarino con: una statuetta di Gesù, quella di un indiano, due cani, tre bottiglie vuote di birra. E un quadro, con un dipinto eccellente: una tigre, un leone, una amazzone a petto nudo nel mezzo della giungla. Il riso con fagioli e il maiale sono squisiti. La Cristal diventerà da questo momento la mia birra preferita. I sigari, al rientro all’ora del tramonto sul Malecon, il lungomare di Cuba, mi faranno completamente scordare del bagaglio.

Tom Joad

In Calabria ci sono migliaia di immigrati africani che lavorano nei campi, per raccogliere la frutta e la verdura che finisce sulle tavole di mezzo paese. Sono in mano alla ‘ndrangheta, che li costringe a lavorare per una miseria (20 euro al giorno), a dormire nelle stalle, a mangiare avanzi, a condurre una vita da animali.

Gli immigrati, finalmente, provano a protestare. E molti cittadini di Rosarno cosa fanno? Gli vanno contro, li accusano di essere dei criminali.

Poi arriva Maroni, il Ministro degli Interni, a dire che il problema è che ci sono troppi immigrati clandestini. E non, invece, che ci sono decine e decine di ‘ndrine della ‘ndrangheta che lucrano suil lavoro di questi esseri umani ridotti a schiavi. La ‘ndrangheta è attualmente la più ricca e potente delle organizzazioni criminali italiane. Ma Maroni non è un coraggioso, preferisce scaricare il problema su chi non può difendersi.

Io sto con ognuno di quegli africani. In mezzo a tanta melma, sono loro i veri italiani, quelli che cercano ancora di battersi per la propria dignità.

“Now Tom said “Mom, wherever there’s a cop beatin’ a guy
Wherever a hungry newborn baby cries
Where there’s a fight ‘gainst the blood and hatred in the air
Look for me Mom I’ll be there
Wherever there’s somebody fightin’ for a place to stand
Or decent job or a helpin’ hand
Wherever somebody’s strugglin’ to be free
Look in their eyes Mom you’ll see me.”

Bruce Spingsteen – The ghost of Tom Joad