
A Dublino non ci sono metropolitane, ma un trenino urbano, la Dart. Serve le zone piu’ centrali e alcune periferie, e da qualche tempo il servizio e’ stato ampliato con la Commuter, seconda linea della Dart. I treni sono puntuali (a differenza degli autobus), e per spostarsi da Castleknock (dove vivo io, fuori dal centro) a Connolly station (la stazione piu’ importante nel cuore della citta’), ci vogliono circa venti minuti, con una buona frequenza di treni soprattutto al mattino.
Ma oggi l’ente nazionale per le ferrovie irlandesi (Iarnrod Eireann) ha annunciato il piano per la realizzazione della prima linea della metro, che dovrebbe notevolmente ampliare il servizio. I lavori dovrebbero cominciare nel 2010 e finire nel 2015, quindi niente di troppo vicino.
A me interessa raccontare un aspetto particolare della vicenda, e che riguarda le modalita’ con cui questo progetto e’ stato comunicato. Lasciamo quindi da parte il giudizio sull’idea della metro, sulla durata dei lavori, o sui trasporti a Dublino in genere (che non sono favolosi comunque
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Sui giornali di oggi, infatti, e’ comparso un grande annuncio che, pubblicizzando il progetto della prima linea di Dart underground, invitava i cittadini a prendere parte a due assemble pubbliche utili per decidere dove costruire le stazioni.
Benche’ infatti il tracciato sia gia’ deciso (la metro dovrebbe toccare le Docklands, passare sotto il Liffey, arrivare a Cristchurch e poi continuare verso fuori), l’ente ferroviario vuole sviluppare un confronto con chi poi il servizio lo dovra’ utilizzare, cioe’ i cittadini che si spostano con la Dart in citta’, e con i residenti che magari vedranno spuntarsi una stazione sotto casa.
Lo trovo un esempio di civilta’. Quando una societa’ deve decidere qualcosa di importante per il proprio assetto urbanistico, deve trovare dei momenti di discussione che rendano tutti partecipi alla defizione dei parametri giusti per i progetti da realizzare. Se devono scavare sotto casa vostra, insomma, e’ giusto che vi chiedano di esprimervi e magari vi ascoltino.
Guardiamo all’Italia, e all’esempio della Tav in Val di Susa. Non si discute, ma si manda la polizia in assetto di guerra. La gente non ci sta, e occupa i cantieri. Alla fine, l’opera viene rimandata, e ci abbiamo guadagnato solo in stress.
Ora, non so come funzionera’ qui, se davvero ci sara’ una discussione aperta e vera. Ma il fatto che possa esserci non e’ male.