Low e The National, la sincerità delle note spiega tutto

Fra Marzo e Maggio 2013 sono stati pubblicati i nuovi album di due gruppi che ho seguito e continuo ad ascoltare parecchio: “The invisible way” dei Low, e “Trouble will find me” di The National.

Mi sembrano due buoni esempi di come la carriera musicale di due band con basi di partenza solide possa svilupparsi secondo linee divergenti, arrivando ad esiti diversi e carichi di significato.

Cominciamo da “Trouble will find me”. The National hanno pubblicato un grande album pochi anni fa, “Boxer“. La voce profonda di Berninger, i ritmi ossessivi della batteria e le chitarre scure funzionavano a meraviglia in canzoni come Mistaken for strangers, Fake empire, Slow show. Il suono di “Boxer” non veniva dal nulla, era possibilmente figlio dei lavori dei Joy Division e degli esperimenti degli Interpol.  Ma The National aggiungevano davvero qualcosa di nuovo, creando una sonorità originale e profonda.

Dopo, qualcosa cambia. Il gruppo si trasferisce a New York, ha successo, tanto, e alla prova con il nuovo album, High Violet, lascia intuire che qualcosa sta cambiando. L’album è più prevedibile del precedente, le sonorità di Boxer che emozionavano vengono stiracchiate, abusate. Il risultato è un album decente ma che apre spiragli a svolte facili, appetibili da un pubblico più ampio e meno ricercato. Si salvano brani come “Afraid of everyone”, “Blodbuzz Ohio”.

E si arriva infine a “Trouble will find me“. Un album francamente imbarazzante a giudizio di chi scrive. Non bastasse la prevedibilità delle melodie, entra in gioco una sciatteria seriamente fastidiosa, ben evidente in brani come “Don’t swallop the cap” o “Heavenfaced”, dove Berninger sembra persino scazzato di cantare. I brani sembrano scritti in due minuti. Tutto gira, tutto funziona. Ma il disco è una palla clamorosa, frutto del lavoro sciatto di una band che ha chiaramente fallito nel portare avanti l’originalità del proprio processo creativo e che ha ripiegato su sonorità facili e ammiccanti.

Discorso diametralmente opposto per i Low, che a vent’anni dal debutto e al decimo album di studio fanno una cosa soltanto: continuano ad essere sinceri.

The invisible way” è un album di musica scarna, suonata con tre o quattro strumenti e cantata al solito dai coniugi Sparhawk con cori e falsetti da sempre marchio di fabbrica. Batteria ridotta all’osso, atmosfera folk, soul, blues, low core che rimane fedele alle sonorità di album come “Drums and Guns ” e in parte “C’mon“.

La prima volta che vidi i Low dal vivo fu per caso. Aprivano un concerto dei Radiohead a Firenze e, da semi sconosciuti, esordirono con Like a Forest, spiazzante e bellissima.  A differenza di The National i Low sembrano avere deciso di dare ascolto solo alla propria ispirazione. Ed è per questo che continuano a sfornare ottimi dischi, con perle difficili da dimenticare come Murderer o la recente Just make it stop.

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