I miei post.

The National are back

I The National stanno per rilasciare il nuovo album, che si intitolerà High Violet.
Ho provato poche volte un’emozione cosi forte nel sapere dell’arrivo di un nuovo album: quel misto di curiosità, ansia e certezza di potere ascoltare qualcosa di bello.
The National sono infatti, a mio parere, una delle cose migliori in assoluto nel panorama musicale attuale.
Alcuni brani del nuovo album sono disponibili in anteprima sul NY Times .

Qui invece il sito della band e un pò della loro storia su ondarock.

Questo è il video di uno dei nuovi brani, Bloodbuzz Ohio.

Dove vi eravate persi?

Elio e le storie tese lo dicevano già ai tempi di Cicciput: tornate insieme. Ora che lo avete fatto, confesso di non riuscire a fare a meno di cantare Viva Cangaceiro!

Vinales – Trinidad

L’autopista, cioè l’autostrada, comincia quasi all’improvviso, senza casello o segnaletica. Stiamo andando a nord, a Vinales, dove si trova una enorme valle coltivata a tabacco e circondata da montagne che fanno parte di un grosso parco naturale.

Si capiscono delle cose, a viaggiare sull’autopista. La prima, che le macchine a Cuba sono davvero poche. Siamo praticamente soli per lunghi tratti di strada, se si escludono le mucche, i cavalli e i rispettivi padroni che attraversano da una carreggiata all’altra senza farsi problemi. Le poche macchine moderne in giro sono quelle noleggiate dai turisti. La segnaletica è inesistente, ma in compenso abbondano i poster di propaganda che inneggiano alla rivoluzione, al Che, a Fidel. L’autopista, come ci spiega la Lonely Planet, faceva parte di un progetto faraonico che avrebbe dovuto unire la città di Pinar del Rio, a nord, a Santiago, sud, passando per L’Havana. Il progetto era faraonico, come si intuisce dai tratti a quattro corsie, ed era finanziato dall’URSS. L’autopista si interrompe nel mezzo del paese: era il 1991 quando, all’improvviso, i soldi finirono, insieme all’Unione Sovietica.

Autopista, Cuba
Autopista, Cuba

Vinales è piccola, ma la nostra casa particular è molto accogliente. La vecchina che ci vive con i figli prepara una cena indimenticabile, con pollo, patate e probabilmente i migliori fagioli neri di tutto il viaggio (a Cuba si mangiano sempre riso e fagioli neri, con quasi tutti i piatti).

L’indomani andiamo a esplorare il parco nazionale, a cavallo. Con noi c’è una guida che ci spiega che i cavalli non hanno praticamente bisogno di istruzioni: ogni cavallo è, infatti, “semi-automatico” secondo lui. In pratica, conoscono così bene il percorso che anche dei turisti europei che il cavallo lo vedono solitamente in foto non hanno da preoccuparsi. Ed è davvero così, fatta eccezione per Jean-Yves, che monta su Caramelo, cavallo che si diverte a fare le bizze e piantare qualche morso sul collo dei suoi colleghi. La gita è bella, e alla fine passiamo a trovare un campesino che produce sigari. Come tutti gli agricoltori a Cuba, vende tutto ciò che produce direttamente allo Stato, ma ha diritto a conservare una piccola parte di tabacco; ci fa vedere come si prepara un sigaro, come lo si  chiude con un pò di miele, e ci offre un caffè. Ce ne andiamo con svariati pacchi di sigari fatti a mano e qualche bottiglietta ripiena di caffè.

Horse, Vinale
Horse, Vinales

Lasciamo Trinidad il giorno dopo, per tornare a L’Havana, dove troveremo finalmente i nostri bagagli. Facciamo un giro in città la sera e andiamo a dormire. Il giorno dopo, infatti, si parte con destinazione Trinidad.

Dublino – Havana

La giornata comincia male, quando capiamo che Air France ha cancellato, causa maltempo, il nostro volo da Dublino a Parigi, dove dovremmo imbarcarci per l’Havana. Io e Alex (Paolo e Jean-Yves sono già a Cuba) abbiamo zaini carichi di roba sulle spalle e poche ore di sonno visto che il volo è presto la mattina.
Dopo alcune ore di attesa, la fortuna comincia ad aiutarci: la tipa che lavora al banco informazioni di Air France a Dublino è italiana, ci prende in simpatia e ci dice di aspettare: potremmo riuscire a imbarcarci sul volo successivo per Parigi, sempre che parta. Ma il volo è in overbooking. Continuiamo ad aspettare in mezzo a una folla di gente nella nostra condizione, fino a quando la tipa, stressata, ci fa cenno di andare al gate: è riuscita a infilarci in business class. Non ci crediamo, almeno fino al momento in cui non saremo sull’aereo con le cinture allacciate.
Lasciamo gli zaini al check-in e corriamo per prendere il volo. Atterrati a Parigi, il nostro aereo resta fermo un’ora sulla pista senza parcheggio, mentre ci dicono che il volo per L’Havana è stato spostato alle 16.35; sono le 16.25 quando scendiamo dall’aereo.
Ora, non so se avete presente Charles de Gaulle. E’ infinito. Prendiamo un autobus per il terminal giusto, e arriviamo intorno alle 16.40, facciamo il check-in e via verso Cuba.

Malecon, Havana

Malecon, Havana

Naturalmente ci hanno perso il bagaglio. Dopo quasi 24 ore di vole e almeno 3 di attesa per le valigie, decidiamo di andare alla nostra casa particular e richiamare l’indomani l’aeroporto.

La casa di Carlo e Yeni si trova nel Vedado, un vecchio quartiere residenziale dove la bellezza è ancora ben presente tra le facciate decadenti degli edifici, in mezzo alle strade mezze scassate ma piene di bolidi anni ’50 di importazione americana. Yeni ci accoglie con calore, ci chiede del viaggio, e ci rilassiamo mentre raccontiamo del viaggio.

Il giorno dopo, a L’Havana c’è il sole. Ed è così forte che ci si scotta subito, soprattutto dopo mesi di inverno irlandese. La città ti accoglie bene, tutto ti incuriosisce, e per ogni Chevrolet o Buick che vedi la sorpresa è sempre uguale, e grande.

Yellow car Havana Cuba

Yellow car in Old Havana

La giornata scorre tra camminate, strade piene di gente, sole. Finiamo a mangiare da Dona Julia, nella città vecchia. Ci sono 4 tavolini, diverse statuette di Buddha,  poi un altarino con: una statuetta di Gesù, quella di un indiano, due cani, tre bottiglie vuote di birra. E un quadro, con un dipinto eccellente: una tigre, un leone, una amazzone a petto nudo nel mezzo della giungla. Il riso con fagioli e il maiale sono squisiti. La Cristal diventerà da questo momento la mia birra preferita. I sigari, al rientro all’ora del tramonto sul Malecon, il lungomare di Cuba, mi faranno completamente scordare del bagaglio.

Próxima Estación

See you in two weeks.

Gli anni dello sciacallo

Mi ritrovo ad aprire le pagine dei giornali on line la mattina e a provare, durante il caricamento, una strana attesa fra ansia e desiderio di trovare l’ennesima notizia da prima pagina con arresti eccellenti, scandali e corruzione.

Non mi fa piacere leggere queste notizie. Eppure le aspetto. E da qualche settimana a questa parte, puntuali, arrivano.

A confermare quello che la testa e la pancia ci dicono da un sacco di tempo, da tanti anni, a dare forma a quei ragionamenti che riempiono i nostri discorsi, i nostri arrovellamenti da persone che non si riconoscono nella società che li ha cresciuti.

Gli ultimi 15 – 20  sono stati, per l’Italia, gli anni dello sciacallo. Quelli cioè di una serie di esseri che hanno sbranato un altro corpo in difficoltà fino a rosicchiarne la carogna. Sono gli anni dei contratti precari, del lavoro in cambio di voti o di semplice adulazione, anni di minacce, di leggi infami, di mafiosi imprenditori, di politici schiavi e di ladri in cravatta, anni in cui siamo stati, tutti, presi continuamente per il culo.

Molti ci sono cascati, ci hanno creduto, alle favole tristi che ci hanno venduto. Io no , e neanche il 95% delle persone che frequento e che conosco.  Rivendico il diritto a scacciare lo sciacallo.

Mai una lira

Silvio Berlusconi, 16 Febbraio 2010, in relazione all’emergere di scandali ed episodi di corruzione che coinvolgono tanti esponenti del suo partito:

“Non ho mai rubato una lira, non voglio perdere voti per colpa di questi signori”

Non ti preoccupare, Silvio, mettiamoci una pietra sopra. Parliamo degli euro ora, dai.

Erland and the Carnival

Erland and the Carnival sono un gruppo folk – rock nato per iniziativa di musicisti molto diversi fra loro: Simon Tong (ex blur), David Nock, (The Cult). Hanno pubblicato il primo album a inizio febbraio. Ascolto da giorni i loro pezzi gia’ disponibili on-line, e sono convinto si tratti di una delle novita’ musicali piu’ interessanti dell’anno. Il gruppo ri-arrangia pezzi della tradizione folk britannica come “Love is a killing thing”  o “Was you ever see” in maniera originale, con un lavoro raffinato di sintetizzatori, organi, e naturalmente chitarra, basso e batteria.  Nella loro musica si notano riferimenti al suono dei Blur, ma il risultato e’ davvero unico. Li trovate su myspace.com, mentre questo e’ il loro sito ufficiale http://www.erlandandthecarnival.com/ (ancora praticamente vuoto).

Ascoltate Love is a killing thing. Roba seria.

Avatar

Ecco, questo è uno dei casi in cui il mio pregiudizio si rivela corretto. E tuttavia avere visto il film mi ha permesso di trasformarlo in giudizio e arricchirlo di dettagli più o meno utili.

Cominciamo così: Avatar non mi è piaciuto. Per certi versi, mi ha anche dato fastidio. Non ho una avversione a prescindere contro i blocbuster, e neanche contro i film che promettono le più mirabolanti delle meraviglie tecnologiche.

Anzi, Avatar si è confermato, sotto quest’ultimo aspetto, all’altezza delle promesse. Il lavoro grafico è spettacolare: la scenografia è in gran parte non reale, costruita, e risulta estremamente credibile. Il 3d, benchè dopo 2.30 ore di film provochi un pò di mal di testa, funziona e spesso l’effetto di vertigine è sorprendente. I dettagli sono curatissimi, la fotografia pure, i costumi pure, etc.

Per quanto riguarda la storia: non riesce a staccarsi un attimo dalle fasi del racconto classico, che anzi esaspera. L’eroe si scoprirà tale solo dopo avere conosciuto una realtà diversa, e compierà un percorso di conoscenza che lo porterà a combattere contro il suo precedente sistema di valori; cioè il mondo degli umani che vuole depredare Pandora, mondo ricco di natura e risorse, schiacciando le popolazioni autoctone. Ad aiutarlo, l’essere femminile che dopo averlo fatto crescere ne diventerà partner inseparabile. Dall’altra parte, il suo vecchio mondo di valori (la compagnia incaricata di estrarre i preziosi minerali di Pandora) guidato da fanatici uomini in divisa e in camicia che pretendo di calpestare l’altro dall’alto della propria arroganza (perfettamente mainstream statunitense). Per certi versi, una brutta copia di Balla coi lupi.

Il tutto costituisce un polpettone trito e ritrito, visto, abusato. Il fim manda una miriade di messaggi etici, dall’ambientalismo alla paranoia della guerra al terrore. Tutti temi sui quali è in fondo difficile trovarsi in disaccordo. Ed è proprio questo a risultare, a mio parere, estremamente noioso. Un inno al politicamente corretto servito su un piatto di mega effetti speciali che non riescono a nascondere le pretese fortemente ideologiche del film. Un blockbuster, di quelli all’ennesima potenza.

A mio giudizio, una cosa di rara insopportabilità, se non fosse per la goduria degli occhi.

Magma 2010

Abbiamo pubblicato ieri il bando di concorso di Magma – mostra di cinema breve, nona edizione, 2010.

C’e’ tempo fino al 10 marzo per iscriversi.