Sangue e cemento

“Alzare gli occhi dal libro (leggeva sempre, in treno) e ritrovare pezzo per pezzo il paesaggio – il muro, il fico, la noria, le canne, la scogliera – le cose viste da sempre di cui soltanto ora, per esserne stato lontano, s’accorgeva: questo era il modo in cui tutte le volte che vi tornava, Quinto riprendeva contatto col suo paese, la Riviera. [...] Però ogni volta c’era qualcosa che gli interrompeva il piacere di quest’esercizio e lo faceva tornare alle righe del libro, un fastidio che non sapeva bene neanche lui. Erano le case: tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su, casamenti cittadini di sei otto piani, a biancheggiare massicci come barriere di rincalzo al franante digradare della costa, affacciando più finestre e balconi che potevano verso mare. La febbre del cemento s’era impadronita della Riviera. ” (Italo Calvino – La speculazione edilizia)

Cerco sempre di contare le case nuove, i palazzi in mezzo ai limoneti, le fondamenta appena gettate a ridosso della riserva naturale.  E mi accorgo del terreno che scompare, inghiottito dal cemento, che si porta via pure la sensazione di benessere reale che le piante danno. Non vedo nessun piano, nessuna idea né progettazione ma solo la voglia di spargere cemento, di mummificare un territorio e sterilizzare quello attorno alla nuova casa in attesa dell’arrivo del prossimo palazzinaro.  Poi arriva un nubifragio, e gli esempi più selvaggi della febbre del cemento vengo travolti insieme alle vite degli abitanti.

Ai palazzinari selvaggi di quest’epoca io auguro solo una cosa: che l’interno dei vostri salotti di cafoni arricchiti possa ospitare il momento in cui vi ritroverete soli a contemplare, magari all’improvviso, il vostro squallore.

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