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Tom Joad

Oggi ho scoperto, per caso, che The ghost of Tom Joad è stato pubblicato 22 anni fa. Per l’esattezza il 21 Novembre 1995.

Abbiamo tutti un album, delle canzoni, un testo che hanno definito ed influenzato parti della nostra vita e The ghost of Tom Joad è l’album che ha definito i miei 14 anni, accompagnadomi sempre a partire da allora.

Riconosco ancora oggi tutti i pezzi, strofa per strofa. Ma c’è un brano che più di tutti mi mise in crisi: Youngstown.

Avevo la mente piena di pensieri che non riuscivo a gestire;  molti di questi si trasformavano regolarmente in paure.

Fra queste, quella irrazionale del diavolo, che un prete vocazionista descriveva, durante degli incontri settimanali, come presente fisicamente nelle nostre vite e pronto a mostrarsi, d’improvviso, la notte di fianco ai nostri letti. Non ho mai capito come gli altri ragazzi presenti agli incontri interpretassero queste descrizioni e questi racconti, ma io uscivo dalle riunioni con una paura impossibile da gestire o anche solo spiegare.

E allora ci rimasi male, parecchio male, la prima volta che lessi con attenzione il testo di Youngstwon. Perchè la frase finale recita:

When I die I don’t want no part of heaven
I would not do heaven’s work well
I pray the devil comes and takes me
To stand in the fiery furnaces of hell

Ma come? Una musica così bella, una voce così profonda, e Springsteen mi viene a cantare che vuole finire all’inferno? Vuole che il diavolo in persona lo venga a prendere?

Le mie paranoie venivano smontate, di botto, da una strofa di una canzone. Springsteen mi fece dubitare. E se quelle paranoie mi hanno abbandonato, lo devo in parte a lui.

Oggi riascolto The Ghost of Tom Joad, dall’inizio alla fine. Difficile dire quanto mi abbia dato, in questi 22 anni. Buon compleanno, Youngstown.

Ora che è tardi, e ti scrivo

Ora che è tardi, e che ti scrivo, la lampada accesa sul caminetto spento, vedo il tuo sorriso nella foto del mio matrimonio, e ti vedo poggiare la tua mano sulla mia spalla.

Vorrei dirti che provo ora a spiegarti tutto, a condensare in frasi anni di vita, di amore e di emozioni, di viaggi e di distanze, di cose che non saremmo mai riusciti a trasmetterci con semplici parole.

Ma sono le piccole cose, mamma.

Il caffè che preparavi la mattina, quando ero ancora a letto e tu mi chiamavi per dirmi che era pronto, ed io che ti prendevo in giro per quell’unica volta in cui, anni prima e per sbaglio, al posto dello zucchero avevi messo il sale.

Le finte botte che minacciavi, ridendo, di darmi quando facevo il supponente o l’adulto navigato. Mi dicevi sono sempre tua madre, e possono suonartele ogni volta che lo ritengo giusto. Poi nascondevi il viso tanto soddisfatto da questa battuta.

Mi struggeva vederti al balcone, nei pomeriggi d’estate, quando aspettavi di vedere l’auto che mi portava in aeroporto scomparire in fondo alla strada, e mi salutavi con la mano e con l’anima.

E scherzavo sempre, con papà, sulla telefonata che arrivava così puntuale appena atterrato: non avevo il tempo di accendere il telefono, ne avevi già fatte tre o quattro a vuoto prima di trovare la linea e riuscire a chiedermi se fossi arrivato.

Mi innamoravo a vederti sorridente. E quando ti rabbuiavi, mi intestardivo fino a litigare, perché non sapevo accettare di vederti affaticata, o solo pensierosa.

Quanto ho faticato, però, a capire la lezione più grande, su come capire gli altri aldilà della ragione. Tu hai sempre saputo mescolare l’amore e la pazienza, l’intelligenza e l’intuizione. E io, che mi perdevo dietro problemi che credevo insormontabili, solo adesso comincio a intuire quanto semplice sia l’amore.

Sai, sotto casa sono tornati a farsi vedere i conigli. Li avevo dati per scomparsi, con tutte quelle case nuove e il verde dei giardini lasciato ad appassire. Tornerò sempre a guardarli, ogni volta che sarò a casa. E ti penserò ancora sorridente ad aspettarmi sul balcone.

 

 

La scoppola

italia olanda buffon euro 2008 sconfitta

Il pub era pieno di magliette arancioni, e la scoppola di ieri non me la dimenticherò facilmente, come mezza Italia.

Non so perchè sin dall’inizio avvertivo qualcosa di strano, forse mi sentivo a disagio in quel posto strapieno di gente, per larga parte proveniente dai paesi bassi. I primi minuti se ne sono andati via abbastanza tranquilli, ma dopo il primo gol la sofferenza è stata bestiale, sembrava potessero segnare ogni volta che avevano la palla fra i piedi.

A chiudere, il messaggio dell’amico olandese che ti chiede, dopo tre pappe, “want one more?”. Ora non pensiamoci più, interiorizziamo.

Fino al collo

Non è che non ci penso. E’ che mi riesce difficile scriverne. Il declino, o forse sarebbe più corretto dire la fine dell’Italia che conoscevamo, e che ingenuamente consideravo un paese bello e vitale, è un argomento spiazzante, più grande di quanto si possa immaginare.

La mia sensazione, che cerco di ancorare ai fatti per essere realistico e non inutilmente esagerato o sentimentale, è proprio quella di una fine. Fine dell’ingenuità, fine della tolleranza, ma fine anche della spazzatura nascosta sotto il tappeto. Perchè il tappeto sta finendo e la spazzatura traborda.

Fine anche della solidarietà, e fine della ricchezza. In Italia tantissimi ragazzi si fanno lo sgambetto per un posto di lavoro da fame, e sono costretti a diventare meschini. I tanti che non lo diventano ne soffrono quotidianamente. Molte persone continuano a morire nei cantieri, dove lavorano per poco e senza protezione.

L’inflazione corre, e i dati Istat, questi numeri freddi, non fanno altro che constatare con ritardo situazioni già in atto da tempo. Situazioni per cui le persone soffrono da tanto.

La camorra, la mafia, la ‘ndrangheta sempre più forti e impunite, che trafficano e avvelenano un paese. Industrie che smaltiscono rifiuti tossici in campagna.

Troppe cose, troppi dati, e bugie. Certezze poche, a parte l’affetto per tutto ciò che abbiamo sempre amato, e che vediamo soffrire.

16 anni

Il tempo passa. 16 anni fa Giovanni Falcone veniva ucciso, insieme alla moglie e agli agenti della scorta.

Per ucciderlo hanno usato il tritolo. E noi siamo ancora qui, a vedere i politici peggiori d’Europa fare passerella e incetta di lusso e potere.

In memoria

Grazie alla segnalazione di Lella , mi accorgo, con ritardo, che oggi sono trent’anni esatti che Peppino Impastato e’ stato ucciso a Cinisi.

Quasi impossibile, pero’, trovarne notizia sui giornali italiani. La Repubblica e il Corriere non ne parlano, figuriamoci i giornali siciliani tipo La Sicilia.

Peppino Impastato ha lottato per il presente dei siciliani e degli italiani in generale.

Ma la memoria istituzionale del paese, come si vede, e’ breve e codarda.

Riassunto breve

Un bel pò di roba, in queste due ultime settimane.

Innanzitutto, 4 (oh, dico 4!) miracolosi giorni di sole caldo e zero nuvole qui a Dublino. Penserete che è primavera e dunque non si tratta di nulla di incredibile. Ma nel paese della Guinness, il sole è una rarità nascosta, che si rivela dopo intensi inverni di preghiere. Per celebrare l’arrivo del sole, abbiamo organizzato un mega partitone di calcetto sul prato libero di Ringsend Park, non lontanto dall’ufficio. Pulvirenti offre una buona prova ma sbaglia troppo sotto porta: in rodaggio.

Poi, il concerto di uno dei migliori batteristi al mondo: ladies and gentlemens, mr. Tony Allen , in uno spettacolo dal nome Brasilintime: fra gli ospiti, Madilib, Dj Nuts e altri. Accompagnatore al concerto, oltre a una ciurma di amici/colleghi, il prode Angelo Fichera, compagno di ventura dai tempi di Scarti (per chi non lo sapesse, Scarti è un cortometraggio, o meglio una serie di 4 cortometraggi, che diedero il via al “fenomeno” Scarti poi divenuto associazione – ma è una storia lunga).

Sabato scorso, visita alla ridente località di Glendalough. Per raggiungere la località, Pulvirenti e Fichera noleggiano una Golf Wolkswagen al modico prezzo di 21 euro per una giornata. Pulvirenti non teme la guida al contrario e si lancia. A fine giornata, la macchina è intera e i nostri contenti della gita.

Fichera è in grande spolvero e sfoggia un numero di altissima classe: nero di seppia fresco, fatto da papà Nino, congelato e pronto per l’uso a Dublino. Così sabato sera si consuma un avvenimento stupefacente: in quel di Castleknock, quartiere residenziale in periferia di Dublino, in una villetta a due piani con giardino pieno stile anglosassone, due acesi in pigiama cucinano e mangiano con grande gusto e ingordigia (mezzo kg in due) spaghetti al nero di seppia. A chiudere, limoncello siciliano di Don Santino; i più esperti sanno già di quale delizia sto parlando.

In tutto ciò, sto pure lavorando. E ascoltando un pò di musica. Così, visto che da poco ho cominciato ad ascoltare questo ragazzuolo che si chiama Bon Iver, (di cui aspetto il concerto a Dublino, a breve) vi metto qualche traccia in streaming alla fine del post.