Mi capita spesso, soprattutto quando torno in Italia, di parlare del mio lavoro e soprattutto dell’ambiente di lavoro. MI ritrovo, infatti, ad essere uno dei due soli italiani in una compagnia di diverse centinaia di persone, a maggioranza tedesca e belga. Ma sarebbe ora troppo impegnativo mettere mano a quel post che mi immagino da tempo, con frasi intelligenti e considerazioni illuminate sull’Europa di oggi (frasi che mi balenano in mente e spariscono pochi secondi dopo lasciando spazio ad una amichevole pigrizia).
Allora no, l’argomento di oggi, dopo una pausa dalla scrittura sul blog cosi considerevole, non potrebbe che essere dedicata al Drugo, o meglio al Dude. The Big Lebowski, per essere chiari.
A distanza di tempo rivedo le gesta di the Dude, con il veterano schizzato Walter e il fragile Donny, i nichilisti tedeschi in sella alle loro moto, il Lebowski quello ricco, Bunny Lebowski che gira pellicole porno nel tempo libero, Jackie Treehorn che quelle pellicole le vende, Jesus che slinguazza la palla da bowling.
E mi ritrovo perfettamente in sintonia con Drugo, quando dice al tassista che gli Eagles di Hotel California lo fanno cagare. Lunga vita ai Creedence.
Ed è bello sapere, come dice il cowboy a chiusura della storia, che una persona come Drugo è li fuori, in giro: “It’s good to know he’s out there, the Dude. Taking her easy for all us sinners”.
Lunga vita al Drugo, e a chi lo ha sempre visto come un eroe amico.
Nonostante la locandina alla James Bond e l’immancabile ruolo da seduttore di Clooney, sono rimasto colpito da The American.
Il film, diretto da Anton Corbijn (autore di moltissimi video clip e dello stupendo Control) ha uno stile secco, asciutto. La storia non fornisce spiegazioni inutili, e si concentra sulla necessità di fuga impedita del protagonista. Lo scenario abbruzzese, spoglio e straniante, è il contorno giusto per le poche parole di cui il film necessita.
Un finale azzeccato e una colonna sonora ben studiata (Corbijn conosce a fondo l’argomento musicale) rendono il film ancora più degno di essere visto.
A proposito della colonna sonora, ecco uno dei pezzi migliori, di Cuby and the Blizzards.
Ecco, questo è uno dei casi in cui il mio pregiudizio si rivela corretto. E tuttavia avere visto il film mi ha permesso di trasformarlo in giudizio e arricchirlo di dettagli più o meno utili.
Cominciamo così: Avatar non mi è piaciuto. Per certi versi, mi ha anche dato fastidio. Non ho una avversione a prescindere contro i blocbuster, e neanche contro i film che promettono le più mirabolanti delle meraviglie tecnologiche.
Anzi, Avatar si è confermato, sotto quest’ultimo aspetto, all’altezza delle promesse. Il lavoro grafico è spettacolare: la scenografia è in gran parte non reale, costruita, e risulta estremamente credibile. Il 3d, benchè dopo 2.30 ore di film provochi un pò di mal di testa, funziona e spesso l’effetto di vertigine è sorprendente. I dettagli sono curatissimi, la fotografia pure, i costumi pure, etc.
Per quanto riguarda la storia: non riesce a staccarsi un attimo dalle fasi del racconto classico, che anzi esaspera. L’eroe si scoprirà tale solo dopo avere conosciuto una realtà diversa, e compierà un percorso di conoscenza che lo porterà a combattere contro il suo precedente sistema di valori; cioè il mondo degli umani che vuole depredare Pandora, mondo ricco di natura e risorse, schiacciando le popolazioni autoctone. Ad aiutarlo, l’essere femminile che dopo averlo fatto crescere ne diventerà partner inseparabile. Dall’altra parte, il suo vecchio mondo di valori (la compagnia incaricata di estrarre i preziosi minerali di Pandora) guidato da fanatici uomini in divisa e in camicia che pretendo di calpestare l’altro dall’alto della propria arroganza (perfettamente mainstream statunitense). Per certi versi, una brutta copia di Balla coi lupi.
Il tutto costituisce un polpettone trito e ritrito, visto, abusato. Il fim manda una miriade di messaggi etici, dall’ambientalismo alla paranoia della guerra al terrore. Tutti temi sui quali è in fondo difficile trovarsi in disaccordo. Ed è proprio questo a risultare, a mio parere, estremamente noioso. Un inno al politicamente corretto servito su un piatto di mega effetti speciali che non riescono a nascondere le pretese fortemente ideologiche del film. Un blockbuster, di quelli all’ennesima potenza.
A mio giudizio, una cosa di rara insopportabilità, se non fosse per la goduria degli occhi.
Tratto da una storia vera, il nuovo film di Clint Eastwood lascia sconvolti per la sua profondità e bellezza. Per il regista Eastwood ho sempre avuto un’ammirazione sconfinata, nata quando vidi per la prima volta, in televisione, Un mondo perfetto. Tantissime le cose che mi avevano colpito di quel film: l’interpretazione di Kevin Costner, l’ambientazione nella provincia americana, la storia del rapporto tra il bandito e il bambino rapito, la crudeltà del mondo perbene e il tormento del polizziotto che fa parte della società “buona” e scopre come il male sia sempre relativo e non confinabile negli stereotipi dei ruoli sociali. Indimenticabile, per me, la scena di Costner che costringe la madre (o la nonna, non ricordo) e il bimbo nero a ballare mentre lui picchia il padre perchè maltrattava il bambino. Un senso di giustizia violata pervade il film, una giustizia offesa nella parte più reale, quella che vive sulla pelle delle persone.
Anche in Changeling c’è una bontà distrutta, quella del rapporto fra una madre e il figlio. Ma a rendere il dolore della madre ancora più straziante è il malaffare di chi dovrebbe garantire il bene della comunità e invece specula sulle disgrazie della gente per continuare a gestire i propri affari loschi; in questo caso si tratta della polizia di Los Angeles, corrotta e volgare, che impone alla madre un ritrovamento completamente falso. Di fronte al tentativo di distruzione dei propri affetti più intimi, la madre reagisce e porta avanti una battaglia sanguinosa. Ad aiutarla, persone che non la conoscono ma che credono nel bene, nella forza della coesione delle persone (grandissimo John Malkovic nel ruolo del reverendo).
Ancora una volta Clint Eastwood racconta una storia straziante, che fa male perchè vera ma soprattutto perchè rifiuta di cadere nello stereotipo di una contapposizione banale tra bene ed male. A vincere, con estrema sofferenza, è l’etica di chi combatte credendo di avere il dovere di cambiare le cose. E alla fine non ci sarà un eroe a regalare un finale felice, ma una serie di persone che hanno lottato per ottenere giustizia.
Finalmente sono riuscito a vedere “Il Divo” di Paolo Sorrentino.
Mi ha spiazzato, e si è rivelato per certi versi superiore alle mie attese
A parte la stupenda interpretazione di Servillo nel ruolo di Andreotti, il film è stilisticamente coraggioso, costruisce un personaggio grottesco e al tempo stesso parla di fatti reali, documentati. L’uso delle musiche è spiazzante, forse ancora più che nei film precedenti di Sorrentino.
Per una recensione più ampia, vi segnalo quella di OndaCinema, con cui mi trovo sostanzialmente d’accordo.
“There will be blood”, tradotto in Italia
con “Il petroliere”, comincia con una scena silenziosa, lunga. Il protagonista lavora scavando in una miniera, e poi comincia la sua ricerca per il petrolio. Di sottofondo, una musica quasi assordante, degli archi che suonano una melodia inquietante.
Siamo a fine ’800, e la corsa all’oro nero sta iniziando. Daniel Plainview, pioniere fra gli imprenditori del petrolio, non ha scrupoli. Compra terreni, scava ed estrae, contratta con i poveri contadini ignari del valore dei loro terreni acquisendoli per dei tozzi di pane. Trascina tutto e tutti nella sua corsa: il figlio, i suoi operai, gli altri petrolieri che vorrebbero comprare le sue attività, il predicatore avido e i suoi fedeli.
Privo di retorica, e privo della classica dicotomia narrativa bene/male, “There will be blood” è un film che scava profondo nell’anima dello spettatore. La spietatezza del personaggio, unita alla regia di P.T. Andersson, a volte asciutta ma accurata e potente nei momenti più forti, fa del film un capolavoro la cui portata è difficile da comprendere subito dopo la visione.
Daniel Day Lewis è semplicemente grandioso, eccelso. E fa tremare quando pronuncia la frase forse più significativa di tutto il film, quella che mi è rimasta impressa: “I hate everybody”, “io odio tutti”.