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Irene

Uragani di portata storica, vento record, pioggia mai vista: ogni volta che un uragano si avvicina alla costa degli USA scatta la corsa alla classifica. Ogni uragano è più potente del precedente, ogni allarme è più forte di quelli passati.

L’arrivo dell’uragano Irene occupa le prime pagine dei giornali di mezzo mondo da giorni, mentre ancora il totale dei danni provocati dalla tormenta non supera quello di altri eventi simili accaduti in passato.

La macchina mediatica della catastrofe funziona alla grande, soprattutto in America. Grandi storie, film blockbuster, dirette televisive e una paura che si autoalimenta e che si diffonde come un virus.

Vedremo fra poche ore cosa sarà davvero successo dopo il passaggio di Irene su New York. Ma intanto, un risultato è certo: Irene è stata fino ad ora una grande storia, di quelle che si vedono al cinema, ed è servita ad oliare la macchina del consenso sociale di un paese che della paura ha sempre saputo fare una grande industria.

Vinales – Trinidad

L’autopista, cioè l’autostrada, comincia quasi all’improvviso, senza casello o segnaletica. Stiamo andando a nord, a Vinales, dove si trova una enorme valle coltivata a tabacco e circondata da montagne che fanno parte di un grosso parco naturale.

Si capiscono delle cose, a viaggiare sull’autopista. La prima, che le macchine a Cuba sono davvero poche. Siamo praticamente soli per lunghi tratti di strada, se si escludono le mucche, i cavalli e i rispettivi padroni che attraversano da una carreggiata all’altra senza farsi problemi. Le poche macchine moderne in giro sono quelle noleggiate dai turisti. La segnaletica è inesistente, ma in compenso abbondano i poster di propaganda che inneggiano alla rivoluzione, al Che, a Fidel. L’autopista, come ci spiega la Lonely Planet, faceva parte di un progetto faraonico che avrebbe dovuto unire la città di Pinar del Rio, a nord, a Santiago, sud, passando per L’Havana. Il progetto era faraonico, come si intuisce dai tratti a quattro corsie, ed era finanziato dall’URSS. L’autopista si interrompe nel mezzo del paese: era il 1991 quando, all’improvviso, i soldi finirono, insieme all’Unione Sovietica.

Autopista, Cuba
Autopista, Cuba

Vinales è piccola, ma la nostra casa particular è molto accogliente. La vecchina che ci vive con i figli prepara una cena indimenticabile, con pollo, patate e probabilmente i migliori fagioli neri di tutto il viaggio (a Cuba si mangiano sempre riso e fagioli neri, con quasi tutti i piatti).

L’indomani andiamo a esplorare il parco nazionale, a cavallo. Con noi c’è una guida che ci spiega che i cavalli non hanno praticamente bisogno di istruzioni: ogni cavallo è, infatti, “semi-automatico” secondo lui. In pratica, conoscono così bene il percorso che anche dei turisti europei che il cavallo lo vedono solitamente in foto non hanno da preoccuparsi. Ed è davvero così, fatta eccezione per Jean-Yves, che monta su Caramelo, cavallo che si diverte a fare le bizze e piantare qualche morso sul collo dei suoi colleghi. La gita è bella, e alla fine passiamo a trovare un campesino che produce sigari. Come tutti gli agricoltori a Cuba, vende tutto ciò che produce direttamente allo Stato, ma ha diritto a conservare una piccola parte di tabacco; ci fa vedere come si prepara un sigaro, come lo si  chiude con un pò di miele, e ci offre un caffè. Ce ne andiamo con svariati pacchi di sigari fatti a mano e qualche bottiglietta ripiena di caffè.

Horse, Vinale
Horse, Vinales

Lasciamo Trinidad il giorno dopo, per tornare a L’Havana, dove troveremo finalmente i nostri bagagli. Facciamo un giro in città la sera e andiamo a dormire. Il giorno dopo, infatti, si parte con destinazione Trinidad.

Dublino – Havana

La giornata comincia male, quando capiamo che Air France ha cancellato, causa maltempo, il nostro volo da Dublino a Parigi, dove dovremmo imbarcarci per l’Havana. Io e Alex (Paolo e Jean-Yves sono già a Cuba) abbiamo zaini carichi di roba sulle spalle e poche ore di sonno visto che il volo è presto la mattina.
Dopo alcune ore di attesa, la fortuna comincia ad aiutarci: la tipa che lavora al banco informazioni di Air France a Dublino è italiana, ci prende in simpatia e ci dice di aspettare: potremmo riuscire a imbarcarci sul volo successivo per Parigi, sempre che parta. Ma il volo è in overbooking. Continuiamo ad aspettare in mezzo a una folla di gente nella nostra condizione, fino a quando la tipa, stressata, ci fa cenno di andare al gate: è riuscita a infilarci in business class. Non ci crediamo, almeno fino al momento in cui non saremo sull’aereo con le cinture allacciate.
Lasciamo gli zaini al check-in e corriamo per prendere il volo. Atterrati a Parigi, il nostro aereo resta fermo un’ora sulla pista senza parcheggio, mentre ci dicono che il volo per L’Havana è stato spostato alle 16.35; sono le 16.25 quando scendiamo dall’aereo.
Ora, non so se avete presente Charles de Gaulle. E’ infinito. Prendiamo un autobus per il terminal giusto, e arriviamo intorno alle 16.40, facciamo il check-in e via verso Cuba.

Malecon, Havana

Malecon, Havana

Naturalmente ci hanno perso il bagaglio. Dopo quasi 24 ore di vole e almeno 3 di attesa per le valigie, decidiamo di andare alla nostra casa particular e richiamare l’indomani l’aeroporto.

La casa di Carlo e Yeni si trova nel Vedado, un vecchio quartiere residenziale dove la bellezza è ancora ben presente tra le facciate decadenti degli edifici, in mezzo alle strade mezze scassate ma piene di bolidi anni ’50 di importazione americana. Yeni ci accoglie con calore, ci chiede del viaggio, e ci rilassiamo mentre raccontiamo del viaggio.

Il giorno dopo, a L’Havana c’è il sole. Ed è così forte che ci si scotta subito, soprattutto dopo mesi di inverno irlandese. La città ti accoglie bene, tutto ti incuriosisce, e per ogni Chevrolet o Buick che vedi la sorpresa è sempre uguale, e grande.

Yellow car Havana Cuba

Yellow car in Old Havana

La giornata scorre tra camminate, strade piene di gente, sole. Finiamo a mangiare da Dona Julia, nella città vecchia. Ci sono 4 tavolini, diverse statuette di Buddha,  poi un altarino con: una statuetta di Gesù, quella di un indiano, due cani, tre bottiglie vuote di birra. E un quadro, con un dipinto eccellente: una tigre, un leone, una amazzone a petto nudo nel mezzo della giungla. Il riso con fagioli e il maiale sono squisiti. La Cristal diventerà da questo momento la mia birra preferita. I sigari, al rientro all’ora del tramonto sul Malecon, il lungomare di Cuba, mi faranno completamente scordare del bagaglio.

Un Bush piccolo piccolo

Come doveva essere G.W.Bush da piccolo? L’uomo alla guida della più grande superpotenza mondiale, e che ha sulla coscienza almeno un paio di guerre assurde e altra robetta del genere?“Lil Bush” è stato ideato dai creatori dei Simpsons, e mostra un George piccolo e prepotente, ignorante e spaccone, ma adorato da una famiglia super potente e da una schiera di amichetti perfidi (riconoscerete la piccola Condoleeza Rice, Donald Rumsfield, Dick Cheney, Jeb Bush).

 

p.s. Molti episodi del cartone si trovano su YouTube, ma si dice ch la Casa Bianca stia prendendo provvedimenti…
Ma ve la immaginate qualcosa del genere con protagonista il Mortadella o, meglio ancora, il Banana?