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Tom Joad

Oggi ho scoperto, per caso, che The ghost of Tom Joad è stato pubblicato 22 anni fa. Per l’esattezza il 21 Novembre 1995.

Abbiamo tutti un album, delle canzoni, un testo che hanno definito ed influenzato parti della nostra vita e The ghost of Tom Joad è l’album che ha definito i miei 14 anni, accompagnadomi sempre a partire da allora.

Riconosco ancora oggi tutti i pezzi, strofa per strofa. Ma c’è un brano che più di tutti mi mise in crisi: Youngstown.

Avevo la mente piena di pensieri che non riuscivo a gestire;  molti di questi si trasformavano regolarmente in paure.

Fra queste, quella irrazionale del diavolo, che un prete vocazionista descriveva, durante degli incontri settimanali, come presente fisicamente nelle nostre vite e pronto a mostrarsi, d’improvviso, la notte di fianco ai nostri letti. Non ho mai capito come gli altri ragazzi presenti agli incontri interpretassero queste descrizioni e questi racconti, ma io uscivo dalle riunioni con una paura impossibile da gestire o anche solo spiegare.

E allora ci rimasi male, parecchio male, la prima volta che lessi con attenzione il testo di Youngstwon. Perchè la frase finale recita:

When I die I don’t want no part of heaven
I would not do heaven’s work well
I pray the devil comes and takes me
To stand in the fiery furnaces of hell

Ma come? Una musica così bella, una voce così profonda, e Springsteen mi viene a cantare che vuole finire all’inferno? Vuole che il diavolo in persona lo venga a prendere?

Le mie paranoie venivano smontate, di botto, da una strofa di una canzone. Springsteen mi fece dubitare. E se quelle paranoie mi hanno abbandonato, lo devo in parte a lui.

Oggi riascolto The Ghost of Tom Joad, dall’inizio alla fine. Difficile dire quanto mi abbia dato, in questi 22 anni. Buon compleanno, Youngstown.

Low e The National, la sincerità delle note spiega tutto

Fra Marzo e Maggio 2013 sono stati pubblicati i nuovi album di due gruppi che ho seguito e continuo ad ascoltare parecchio: “The invisible way” dei Low, e “Trouble will find me” di The National.

Mi sembrano due buoni esempi di come la carriera musicale di due band con basi di partenza solide possa svilupparsi secondo linee divergenti, arrivando ad esiti diversi e carichi di significato.

Cominciamo da “Trouble will find me”. The National hanno pubblicato un grande album pochi anni fa, “Boxer“. La voce profonda di Berninger, i ritmi ossessivi della batteria e le chitarre scure funzionavano a meraviglia in canzoni come Mistaken for strangers, Fake empire, Slow show. Il suono di “Boxer” non veniva dal nulla, era possibilmente figlio dei lavori dei Joy Division e degli esperimenti degli Interpol.  Ma The National aggiungevano davvero qualcosa di nuovo, creando una sonorità originale e profonda.

Dopo, qualcosa cambia. Il gruppo si trasferisce a New York, ha successo, tanto, e alla prova con il nuovo album, High Violet, lascia intuire che qualcosa sta cambiando. L’album è più prevedibile del precedente, le sonorità di Boxer che emozionavano vengono stiracchiate, abusate. Il risultato è un album decente ma che apre spiragli a svolte facili, appetibili da un pubblico più ampio e meno ricercato. Si salvano brani come “Afraid of everyone”, “Blodbuzz Ohio”.

E si arriva infine a “Trouble will find me“. Un album francamente imbarazzante a giudizio di chi scrive. Non bastasse la prevedibilità delle melodie, entra in gioco una sciatteria seriamente fastidiosa, ben evidente in brani come “Don’t swallop the cap” o “Heavenfaced”, dove Berninger sembra persino scazzato di cantare. I brani sembrano scritti in due minuti. Tutto gira, tutto funziona. Ma il disco è una palla clamorosa, frutto del lavoro sciatto di una band che ha chiaramente fallito nel portare avanti l’originalità del proprio processo creativo e che ha ripiegato su sonorità facili e ammiccanti.

Discorso diametralmente opposto per i Low, che a vent’anni dal debutto e al decimo album di studio fanno una cosa soltanto: continuano ad essere sinceri.

The invisible way” è un album di musica scarna, suonata con tre o quattro strumenti e cantata al solito dai coniugi Sparhawk con cori e falsetti da sempre marchio di fabbrica. Batteria ridotta all’osso, atmosfera folk, soul, blues, low core che rimane fedele alle sonorità di album come “Drums and Guns ” e in parte “C’mon“.

La prima volta che vidi i Low dal vivo fu per caso. Aprivano un concerto dei Radiohead a Firenze e, da semi sconosciuti, esordirono con Like a Forest, spiazzante e bellissima.  A differenza di The National i Low sembrano avere deciso di dare ascolto solo alla propria ispirazione. Ed è per questo che continuano a sfornare ottimi dischi, con perle difficili da dimenticare come Murderer o la recente Just make it stop.

Dimartino – live in Bruxelles

Fa sempre piacere pensare che la musica italiana riesca a varcare i confini ed arrivare anche all’estero, quando si tratta di buona musica. E allora vado contento a vedere Antonio DiMartino suonare alla Piola Libri di Bruxelles, accompagnato al piano da Antonio Trabace.

Il pubblico non è quello giusto. La maggior parte dei presenti infatti non è li per la musica, non capisce l’italiano e vuole solo bersi il solito aperitivo del venerdi sera e parlare a voce alta. Ed è un peccato, perché il set acustico ne soffre, cosi come ne soffrono DiMartino e Trabace, quasi imbarazzati a dover suonare in un posto dove sono solo in pochi ad ascoltarli.

Ma suonano bene, cantano altrettanto bene, e fanno intravedere una classe ed uno stile musicale elegante, originale e che affonda le proprie radici nel meglio della musica contemporanea. L’album che promuovono, “sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile”, è fatto di canzoni dai testi veri ed intelligenti, attuali, privi di ammiccamenti facili e ritornelli banali.

Gran bella cosa, DiMartino.

Killing solo

Sarà che esistono persone dotate del talento necessario a farti passare quattordici minuti in religioso silenzio, mentre suonano un motivo ripetitivo solo con una chitarra, straziandone il suono, curvando il racconto delle poche note che lo compongono. Sarà anche che alcune cose ti segnano perchè ti emozionano la prima volta e lo faranno per sempre. Il solo di chitarra di Neil Young scritto per Dead Man, oggi come anni fa, continua a darmi i brividi.

Life is People – Bill Fay

Lo avevo colpevolmente ignorato, relegandone gli ascolti a momenti distratti.

Lo riscopro, quasi a benedizione dell’anno nuovo che inizia, stasera, 1 gennaio 2013, quando decido di mettermi finalmente ad ascoltarlo in santa pace, commentando poi i brani con un caro amico che di musica ne capisce. E allora mi rendo conto di dovere di già un grazie di cuore a Bill Fay. “Life is people”, il suo album più recente, è di una bellezza insperata, di quelle che incontri raramente e che ti sembra di avere intuito in passato, ma solo superficialmente.

Per una recensione completa, vi rimando a Ondarock.

 

Wilco, live at AB concert, Bruxelles, 02/03/12

Forse la genialità dei grandi gruppi sta nel sapere presentare melodie e idee in apparenza semplici senza farle sembrare banali. I Wilco sono dei maestri da questo punto di vista.

Avevo cominciato ad ascoltare da poco il recente The Whole Love e appena ho visto i biglietti in vendita per il concerto di Bruxelles non ci ho pensato due volte. Poi li ho messi nel dimenticatoio,  e oggi finalmente il concerto.

I Wilco sono una band di quelle rare: perfetti da un punto di vista tecnico, con un suono ricchissimo, mai sbavato, tempi gestiti sempre con maestria. E soprattutto, sono veri. Niente plastica,  suoni preconfezionati o banalità. Anche le melodie più semplici sono sempre efficaci e suggeriscono un’ispirazione vera, quella che il cantante/leader della band, Jeff Tweedy, riversa in ogni sua canzone. Ad ascoltarli si colgono influenze importanti, dai R.E.M ai Beatles, dal folk di Dylan ai suoni rock degli anni ’90. Wilco, però, è in attività da circa 10 anni. Pochi, per un gruppo che ha saputo affermarsi già cosi tanto come uno punti saldi del rock cantautoriale dei nostri tempi.

Dal vivo, il gruppo esegue molti brani dell’ultimo album, insieme a pezzi importanti del repertorio, come “One wing” , “A shot in the arm“, “Hummingbird”. La bellezza di molti brani sta nello spiazzamento improvviso, nel cambio di melodia che spesso arriva a metà canzone e rielabora tutto il senso del pezzo; senza quasi mai sbavare.

Dicono che davanti alle grandi opere d’arte ci si possa commuovere. Io a sentire certi brani del Wilco, dal vivo, mi sono  commosso.

 

Fleet Foxes live, Forest National, Brussels

In effetti non avevo ancora ascoltato bene il loro secondo, recente album, Helplessness Blues. Quel tanto che bastava comunque, insieme al ricordo del bellissimo album d’esordio, omonimo, per decidere di vederli in concerto. I Fleet Foxes dal vivo sono stati una bella sorpresa: capaci di confermare innanzitutto la bravura nel canto e nella pulizia dei suoni che ti aspetteresti essere frutto di un lungo lavoro di editing a registrazione avvenuta, dunque non riproducibile dal vivo; ma anche capaci di rendere gli arrangiamenti pù corposi, per qualche verso più rock e accattivanti. E’ anche vero che, se non li si apprezza davvero, un loro live può risultare troppo lungo: certi brani durano parecchi minuti, e i cori sono insistenti e a volte monotoni. Ma anche questo fa parte del repertorio di un gruppo capace di regalare capolavori come Ragged Wood, White Winter Hymnal o The Shrine.

 

Stephen Malkmus – Mirror Traffic

Chi l’ha detto che per fare dell’ottimo rock bisogna per forza essere malinconici e tristi? In tutta la sua carriera da musicista, Stephen Malkmus è riuscito a dimostrare il contrario, creando canzoni spesso vicino alla perfezione, ma sempre con un’ironia di fondo che gli ha permesso di cambiare e restare fedele a se stesso. L’ex leader dei Pavement, oltrepassati i 40 anni, continua a divertirsi e sfornare album eccellenti.

Malkmus suona da diversi anni con una nuova formazione, The Jicks; l’ultimo album è uscito pochi mesi fa, per l’etichetta Matador, e si chiama Mirror Traffic. A mio giudizio è il suo migliore album dai tempi di “Stephen Malkmus” (2001), perfettamente in linea con le ultime produzioni dei Pavement (Terror Twilight).  Buon ascolto.

Anna Calvi

Di facce nuove se ne vedono tante, in ambito rock. Fenomeni che spesso durano poco. Al solito, non fidandomi, tendo a storcere il naso quando si parla o si scrive di nuove Patti Smith o giovani Bob Dylan.

Dopo averla ascoltata anche solo una volta, però, Anna Calvi non sembra essere la solita promessa esagerata: la rocker inglese con nome italiano infatti suona e canta bene, e ricorda volentieri PJ Harvey.

L’album omonimo fila benissimo, e raggiunge punte davvero notevoli con Blackout, Desire, First we kiss. E allora, per fidarmi, la andrò pure a vedere in concerto.  Intanto, buon ascolto.